Jim Harrison
trad. Francesca Di Pietro, Stefano Tettamanti
Rizzoli, 2008
Donald ha solo 45 anni, ma è condannato a una morte lenta e terribile dal morbo di Gehrig. Decide così di dettare alla moglie Cynthia la storia della sua famiglia, perché i loro figli sappiano da dove vengono. Nelle sue parole rivive la figura del bisnonno Clarence, per metà finlandese e per metà indiano Chippewa, un uomo "come non ce ne saranno mai più" e i suoi ricordi spaziano dall'infanzia dei genitori ai suoi contrasti con il padre, alla visione di una natura viva di cui l'uomo è parte organica. Donald va incontro alla morte con la stessa dignità pura e istintiva con cui ha vissuto, e la sua figura acquista, grazie all'arte di Jim Harrison, uno spessore epico.
Citazioni:
“I numeri rovinavano spesso i miei sogni più interessanti, ma in questo caso Donald era il numero uno, anche se il numero era confuso. Era una zona dove nelle tre miniere principali erano morti quasi duemila uomini nell’arco di vent'anni. Nel sogno ho compreso finalmente che la morte e i numeri non sono coerenti. Ogni persona è «uno». Il rapporto di un incidente poteva dire che sono morti in nove, di cui quattro adolescenti, ma ciascuna morte è «una». Ciascuno dei sei milioni di ebrei era «uno». La morte è una serie di «uno».”
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“Ho riflettuto sul fatto che la domanda che mi accompagna da tutta la vita: «Come facciamo a convivere con quello che conosciamo?» non fosse sufficiente e che potrei aggiungere con una certa dose di spirito: «Come facciamo a convivere con quello che non conosciamo?».”
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“Mi prende questa sensazione di essere un uomo prematuramente invecchiato nella lotta con se stesso sul valore della propria vita, concetto irrimediabilmente stupido.”
