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martedì 18 ottobre 2022

Il farmacista del ghetto di Cracovia - Tadeusz Pankiewicz


Il farmacista del ghetto di Cracovia

Tadeusz Pankiewicz
trad. Irene Picchianti
UTET, 2016

Quando in un quartiere periferico di Cracovia viene creato d’autorità il ghetto ebraico, il 3 marzo 1941, Tadeusz Pankiewicz ne diventa suo malgrado un abitante. Pur senza essere ebreo, infatti, gestisce l’unica farmacia del quartiere: contro ogni previsione e contro ogni logica di sopravvivenza, decide di rimanere e di tenere aperta la sua bottega, resistendo ai diversi tentativi di sgombero, agli ordini perentori di chiusura e trasferimento. Rimarrà anche quando il ghetto verrà diviso in due e in gran parte sfollato, quando diventerà sempre più difficile giustificare la necessità della sua presenza. Grazie a questa sua condizione anomala, coinvolto ed estraneo allo stesso tempo, Pankiewicz diventa una figura cardine del ghetto: si fa testimone delle brutalità del nazismo, fedele cronista dei fatti e silenzioso soccorritore, cercando in tutti i modi di salvare la vita e, quando impossibile, almeno la memoria delle migliaia di ebrei del ghetto di Cracovia. Mescolando il rigore della ricostruzione e la delicatezza del ricordo, Tadeusz Pankiewicz ci restituisce la sua versione di questa grande tragedia, raccogliendo le storie di chi ha subito impotente la “soluzione finale” e le storie di chi ha invece provato a reagire: i disperati tentativi di resistenza armata, la ricerca del cianuro di potassio come extrema ratio in caso di cattura, le fughe attraverso le fogne cittadine... Il farmacista del ghetto di Cracovia racconta tutta l’assurdità di un momento storico in cui il capriccio del caso decise il destino di molti, ma anche l’incredibile resilienza degli esseri umani di fronte all’orrore. Come dice un cliente a Pankiewicz: «Dottore, mi dica: come mai ci sono così pochi pazzi in giro dopo tutto quello che la gente ha dovuto sopportare? Possono le cellule grigie del nostro cervello reggere così tanto dolore?».


Citazioni:

Sopravvivere... Era una grande parola, a quel tempo. C'era forse qualcosa di più potente delle parole "libertà", "tener duro", in quelle terribili condizioni di cattività, in un'epoca in cui la morte mieteva il suo sanguinoso raccolto? La speranza compiva miracoli, dava alla gente una forza, una resistenza veramente sovrumane, le imponeva di stringere i denti, di inghiottire molte amare umiliazioni. Non era la paura della morte a dominare, ma il desiderio di farcela.

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Chi non ha assistito personalmente a quell'incredibile spettacolo di terrore non può comprendere, non può concepire le condizioni in cui la gente viveva lì, non coglie la perfidia delle menzogne con cui venivano beffati esseri umani ormai prossimi alla morte.
 
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Questi pochi esempi provano inconfutabilmente a che cosa possa condurre un odio cieco e ben coltivato, e a quali bassezze possa arrivare la morale degli uomini.



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