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venerdì 11 novembre 2022

Sensi di viaggio - Marco Aime

Sensi di viaggio
Marco Aime
Ponte alle Grazie, 2016

Viaggiare, un mito dei nostri tempi, un modo per entrare in contatto con la realtà e con noi stessi. Ma anche un genere di consumo, un piatto pronto cucinato con emozioni preconfezioante. Questo libro vuol far tabula rasa del consumismo, per pensare e raccontare il viaggio come se fosse un’esperienza sempre nuova, senza pregiudizi, mode, atteggiamenti, bagaglio culturale a carico o chissà quanti altri vizi e abitudini. Perché il viaggio ritorni a essere un’esperienza autentica e unica, è necessario passare attraverso il proprio corpo, ascoltarne i messaggi, decifrarne i cambiamenti, imparare ad esporlo alle sollecitazioni che provengono dall’esterno senza averne paura. E allora riscopriamo i sensi e la corporeità:; il piacere di sudare, di rabbrividire, di rimanere abbagliati dal sole o di sentire la sabbia sulla pelle, o lo sgomento di ascoltare l’urlo assordante delle cascate Vittoria. Dalla Scozia al Marocco, dall’Ecuador a Jaipur, dal Mali al Benin, Marco Aime, antropologo e viaggiatore, racconta con occhio limpido paesaggi, atmosfere, persone sensazioni, emozioni: parla di sé e parla di noi, umanità in viaggio.



Incipit:

Puoi restare fermo, immobile e attendere che l’ombra diventi un sottile bordo nero e lentamente si sposti, ti giri attorno, si accorci, si nasconda sotto i tuoi piedi, quasi a scomparire, poi si riaffacci per allungarsi verso oriente fino a svanire stingendosi nel buio. Oppure muoverti, farla impazzire con cambi repentini, con passi zigzaganti, salendo e scendendo lungo i sentieri e le strade. Puoi lasciare la tua ombra al suo destino immutabile di satellite senza corpo oppure portarla con te, strofinandola sui terreni che ti passano sotto i piedi, sporca, infreddolita o schiantata dall’afa.


Citazioni:

Dalle borse di paglia continuavano a uscire quantità enormi di cibo, vestiti, oggetti vari. Il vagone era diventato un insieme di piccole case, nelle quali ogni famiglia riproduceva i suoi gesti quotidiani.

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Il sapore sciacquato del caffè in polvere degli aerei che ti dà il senso di essere partito.

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Il viaggio, quello vero, è fatto di odori. L’odore di terra inzuppata dell’Africa dopo le piogge, l’odore che trafigge certe strade di Bangkok, l’odore di grasso delle città del Medio Oriente, il tanfo di marcio di Bombay, quello dell’umidità salmastra dei mari del nord, l’odore di sabbia arida del Sahel, quello di foglie bagnate dei tropici, o del fieno appena tagliato o di una guayava appena morsicata. Gli odori, poi, come la musica muovono i ricordi, ma la mente non ha odore. E casa tua ha sempre il solito odore, il tuo.


sabato 29 ottobre 2022

Il lato selvatico del tempo - Marco Aime


Il lato selvatico del tempo
Marco Aime
Ponte alle Grazie, 2008

In quel tempo quasi fiabesco che comincia sempre con "una volta", gli abitanti della Chalancho consumavano le sere nelle veglie, spegnendo le fatiche contadine nella narrazione di storie fantastiche. Stretti dentro una stalla, i montanari della piccola borgata della Val Grana esorcizzavano il buio raccontando vicende di masche, le streghe, crudeli femmine vendicatrici o più probabilmente donne che osavano fuggire dalle strette maglie del controllo sociale sfidando la notte, il lato selvatico del tempo. È stato proprio questo, nel 1987, l'argomento della tesi di dottorato di Marco Aime. Ora, a distanza di anni, l'antropologo rende omaggio a un mondo ormai scomparso riproponendo il racconto di quei giorni sulle montagne, e facendo così i conti con un'altra selvatichezza, prepotente come l'ortica che invade i sentieri dell'amata borgata, indifferente come l'asfalto che ne cancella i vecchi tracciati: quella dell'ineluttabilità di certe perdite, dello sprofondare di luoghi e persone in un niente al quale si può solo opporre l'ostinata volontà della memoria, la forza poetica della narrazione. L'assoluta verità del tempo vissuto.

 
Citazioni:

Tutta l’esistenza di quelle persone si era modellata sul lavoro, un lavoro diverso da quello vissuto nei centri urbani e industrializzati, un lavoro il cui tempo si confondeva e si identificava con il tempo quotidiano, con la totalità dei gesti e dei movimenti compiuti. Non esistevano le otto ore, non esisteva un ufficio o un capannone, esisteva solamente un tempo vissuto nel proprio ambiente. Il lavoro faceva parte di questo ambiente, fisico e mentale, allo stesso modo in cui gli appartenevano l’erba, la pioggia, la stalla.

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Raccontare, parlare, stare ad ascoltare. Qui la parola detta fa la storia, la morale, segna le relazioni. Nessuno ha delegato alla scrittura la propria memoria. Ecco allora l’importanza del narrare. Attraverso i racconti si tramanda non solo la storia, ma anche la tradizione e le regole. Da queste vicende si può tentare di far rivivere, almeno in parte, i rapporti tra le persone e il loro ambiente, scoprire quella tenue trama sulla quale sono andati innestandosi i racconti e le credenze che ancora sopravvivono.

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Di notte ognuno si rinchiudeva nella propria casa, tra quelle mura che proteggevano dagli sguardi invadenti degli altri. Era l’unico momento in cui la comunità allentava il proprio controllo sociale sugli individui, ognuno era libero di comportarsi come meglio credeva, senza dovere rendere conto a nessuno.

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Allora ecco che tutto accadeva di notte, tutto veniva attribuito a questo momento incerto e indefinito dell’esistenza. Come il controllo dell’uomo cessava, tutto tornava a essere selvatico. Anche il bosco appena fuori le case, ma soprattutto quei valloni oscuri e freddi che incutevano paura persino di giorno.


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domenica 16 ottobre 2022

Rubare l'erba. Con i pastori lungo i sentieri della transumanza - Marco Aime


Rubare l'erba. Con i pastori lungo i sentieri della transumanza

Marco Aime
Ponte alle Grazie, 2011


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Incipit:

Partivano. La gente di queste parti è sempre partita. Da questa borgata, da questa valle. Non per salire sulle creste, per vedere un orizzonte nuovo o per conoscere posti diversi. No. Partiva perché ci sono terre dove vivere è un lusso che non ci si può concedere sempre. Non tutto l’anno. E allora si va, finché ci sono posti dove andare.


Citazioni:

Camminavamo lungo i fiumi: dove non c’era danno per nessuno, dice Toni. Oppure ai bordi della ferrovia, dove c’era dell’erba buona. L’erba, le pecore: ancora adesso, quando viaggiamo in macchina, abbiamo l’istinto. Se vediamo un bel prato pensiamo subito a quando avevamo le pecore. Delle volte rischio di sbandare per guardare l’erba.

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Non c’è amarezza per quei tempi difficili. La vita l’hanno attraversata, e basta.

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Le storie di masche le raccontavano i contadini, noi non ci abbiamo mai creduto, dice Toni con l’aria di chi la sa lunga. Le masche erano le streghe, quelle streghe che popolavano l’immaginario dei montanari, da qualunque montagna venissero. Dappertutto, nelle Alpi, si raccontavano storie di streghe. Cambiavano i nomi, ma le storie erano sempre le stesse.

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Pastori e contadini. Due mondi rivali costretti a incontrarsi, o meglio, a incastrarsi, dalla necessità di raschiare fino all’ultima briciola da quella montagna con cui si trovavano a convivere.

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Anche oggi, ripescando nella memoria, tanto i contadini quanto i pastori ammettono le durezze della vita degli altri, come avversari leali, pronti a combattere in campo, ma anche a riconoscere i meriti altrui.


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