sabato 29 ottobre 2022

Il lato selvatico del tempo - Marco Aime


Il lato selvatico del tempo
Marco Aime
Ponte alle Grazie, 2008

In quel tempo quasi fiabesco che comincia sempre con "una volta", gli abitanti della Chalancho consumavano le sere nelle veglie, spegnendo le fatiche contadine nella narrazione di storie fantastiche. Stretti dentro una stalla, i montanari della piccola borgata della Val Grana esorcizzavano il buio raccontando vicende di masche, le streghe, crudeli femmine vendicatrici o più probabilmente donne che osavano fuggire dalle strette maglie del controllo sociale sfidando la notte, il lato selvatico del tempo. È stato proprio questo, nel 1987, l'argomento della tesi di dottorato di Marco Aime. Ora, a distanza di anni, l'antropologo rende omaggio a un mondo ormai scomparso riproponendo il racconto di quei giorni sulle montagne, e facendo così i conti con un'altra selvatichezza, prepotente come l'ortica che invade i sentieri dell'amata borgata, indifferente come l'asfalto che ne cancella i vecchi tracciati: quella dell'ineluttabilità di certe perdite, dello sprofondare di luoghi e persone in un niente al quale si può solo opporre l'ostinata volontà della memoria, la forza poetica della narrazione. L'assoluta verità del tempo vissuto.

 
Citazioni:

Tutta l’esistenza di quelle persone si era modellata sul lavoro, un lavoro diverso da quello vissuto nei centri urbani e industrializzati, un lavoro il cui tempo si confondeva e si identificava con il tempo quotidiano, con la totalità dei gesti e dei movimenti compiuti. Non esistevano le otto ore, non esisteva un ufficio o un capannone, esisteva solamente un tempo vissuto nel proprio ambiente. Il lavoro faceva parte di questo ambiente, fisico e mentale, allo stesso modo in cui gli appartenevano l’erba, la pioggia, la stalla.

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Raccontare, parlare, stare ad ascoltare. Qui la parola detta fa la storia, la morale, segna le relazioni. Nessuno ha delegato alla scrittura la propria memoria. Ecco allora l’importanza del narrare. Attraverso i racconti si tramanda non solo la storia, ma anche la tradizione e le regole. Da queste vicende si può tentare di far rivivere, almeno in parte, i rapporti tra le persone e il loro ambiente, scoprire quella tenue trama sulla quale sono andati innestandosi i racconti e le credenze che ancora sopravvivono.

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Di notte ognuno si rinchiudeva nella propria casa, tra quelle mura che proteggevano dagli sguardi invadenti degli altri. Era l’unico momento in cui la comunità allentava il proprio controllo sociale sugli individui, ognuno era libero di comportarsi come meglio credeva, senza dovere rendere conto a nessuno.

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Allora ecco che tutto accadeva di notte, tutto veniva attribuito a questo momento incerto e indefinito dell’esistenza. Come il controllo dell’uomo cessava, tutto tornava a essere selvatico. Anche il bosco appena fuori le case, ma soprattutto quei valloni oscuri e freddi che incutevano paura persino di giorno.


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