Roberto Bolaño
Ilide Carmignani
Adelphi, 2016
«Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all'improvviso le cose sono emerse». L'uomo che in una notte di agonia e delirio decide di ripercorrere la propria esistenza, per «chiarire certi punti», per smentire le «infamie» messe in giro su di lui da quel «giovane invecchiato» che da un pezzo lo perseguita coprendolo di insulti – ombra, o fantasma, o figura della sua innocenza perduta –, è stato un sacerdote, un membro dell'Opus Dei, e anche un poeta e un autorevole critico letterario. Ma è stato soprattutto uno che ha sempre badato a tenersi al riparo da ogni rischio, e per riuscirci si è piegato a molti compromessi, ha chiuso gli occhi dinanzi a molte nefandezze, si è macchiato di molte viltà. Ha accettato e svolto coscienziosamente incarichi bizzarri, come dare lezioni di marxismo a Pinochet e ai membri della sua giunta, e ha preso parte a squisite serate letterarie in una sontuosa villa, alla periferia di Santiago, nei cui sotterranei venivano torturati gli oppositori politici al regime. E adesso che le cose e i volti del suo passato gli turbinano davanti come sospinti da un soffio infernale, «si scatena la tempesta di merda». In questo, che è l'ultimo grande romanzo pubblicato in vita, Roberto BolanÞo fa i conti una volta per tutte con la storia di quel Cile che non ha mai smesso di amare e odiare con identico furore. Lo fa scegliendo, paradossalmente, il punto di vista di un personaggio equivoco e meschino, e riuscendo tuttavia a costruire, mediante la sua querula voce, un possente «romanzo-fiume di centocinquanta pagine».
Citazioni:
“Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e perfino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi, perché anche i silenzi salgono al cielo e Dio li sente e solo Dio li comprende e giudica, per cui molta attenzione ai silenzi.”
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“La mia felicità, la gioia ritrovata, il vero senso della preghiera, le mie suppliche che si levavano oltre le nuvole, là dove esiste solo la musica, quello che chiamiamo il coro degli angeli, uno spazio non umano ma indubbiamente l’unico spazio che possiamo abitare, seppure in via ipotetica, noi esseri umani, uno spazio inabitabile ma l’unico spazio che vale la pena di abitare, uno spazio dove cesseremo di essere ma l’unico spazio dove possiamo essere quello che davvero siamo...”
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“... e la vita continuava e continuava e continuava, come una collana di riso dove su ogni chicco ci fosse dipinto un paesaggio, granelli minuscoli e paesaggi microscopici, e io sapevo che tutti si mettevano la collana al collo ma nessuno aveva abbastanza pazienza o forza d’animo da togliersi la collana e avvicinarla agli occhi e decifrare granello per granello ogni paesaggio...”
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