sabato 22 ottobre 2022

Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale - Erika Fatland

Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale
Erika Fatland
trad. Eva Kampmann
Marsilio, 2019


Con il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, le cinque repubbliche dell'Asia centrale fino ad allora controllate da Mosca ottengono l'indipendenza. Nel corso di settant'anni di regime sovietico, Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, i paesi che, dalle catene montuose più alte del mondo al deserto, segnavano un tempo la rotta della Via della Seta, sono in qualche modo passati direttamente dal Medioevo al ventesimo secolo. E dopo venticinque anni di autonomia, tutte e cinque le nazioni sono ancora alla ricerca della loro identità, strette fra est e ovest e fra vecchio e nuovo, al centro dell'Asia, circondate da grandi potenze come la Russia e la Cina, o da vicini irrequieti come l'Iran e l'Afghanistan. A unirle sono i contrasti: decenni di dominio sovietico convivono con le amministrazioni locali, la ricchezza esorbitante data da gas e petrolio con la povertà più estrema, il culto della personalità con usanze arcaiche ancora vitali. E mentre le steppe si riempiono di edifici ultramoderni e ville sfarzose abitate dai nuovi despoti, continuano a sopravvivere la passione per i tappeti e i bazar, l'amore per i cavalli e i cammelli, e innumerevoli tradizioni che rendono una visita alla regione e ai suoi abitanti indimenticabile. Nel suo reportage sui paesi alla periferia dell'ex Unione Sovietica, Erika Fatland unisce un approfondito lavoro di ricerca e analisi geopolitica al gusto dell'avventura.


Citazioni:

Le stelle, che adesso brulicano nella volta celeste come tante lucciole, non mi aiutano granché. Io non sono Marco Polo, ma una viaggiatrice del ventunesimo secolo, e riesco a orientarmi soltanto con il GPS del cellulare. L’iPhone giace morto nella tasca dei miei pantaloni, non mi è di aiuto nemmeno quello. E anche se avessi la batteria carica e ci fosse campo, sarei smarrita lo stesso. Non ci sono nomi di vie nel deserto, nessun punto di riferimento con cui orientarsi sul display.

---

Tuttavia, anche se differiscono tra loro sotto molti aspetti, questi cinque paesi condividono lo stesso destino e la stessa origine. Per quasi settant’anni, dal 1922 al 1991, hanno fatto parte dell’Unione Sovietica, un immenso esperimento sociale senza precedenti nella storia.

---

Non fu un compito facile per i cartografi sovietici far ordine in questo patchwork centroasiatico di popolazioni, lingue e clan. Fino al 1924 i russi avevano considerato l’Asia centrale come un’unica grande regione che chiamavano Turkestan, il paese dei turchi, perché la maggioranza degli abitanti della regione era di lingua turca. Ovviamente, i russi sapevano benissimo che i popoli dell’Asia centrale appartenevano a diversi clan e a diverse culture, ma non vedevano il motivo di complicare ulteriormente la situazione. Era già complicata così. Spesso neanche i diretti interessati sapevano di quale nazionalità fossero. Al censimento del 1926 la gente dichiarò nella maggior parte dei casi la tribù e la famiglia di appartenenza, ma non sempre sapeva rispondere alla domanda se fosse uzbeka, kirghisa o tagika.

---
 
Da viaggiatori nell'era di internet capita di rado di sentirsi mentalmente lontani da casa.
 
---

Su, su, nell’altopiano del Pamir, circondato da un paesaggio quasi ultraterreno di rocce brulle e tondeggianti e di laghetti con l’acqua più azzurra che si possa immaginare, sorge il villaggio di Bulunkul. La terra ha un’infinità di sfumature metalliche; alcune montagnole sono verdi, altre più azzurrognole, in certi punti la terra è color ruggine o giallo dorata. Quarantasei famiglie, quattrocentosette anime, vivono abbarbicate a questo paesaggio lunare, alla fine della strada, senza copertura né per i cellulari né per internet, a decine di chilometri dal villaggio più vicino.

---
 
È difficile accorgersi che ciò che ti circonda tutti i giorni è bello.
 
---

Si sente la libertà? Si respira un'aria diversa? No, non è possibile sentire la libertà, c'è e basta, non si mette in mostra. Non è la libertà in sé che si nota, ma l'assenza di paura. La gente non abbassa la voce quando critica le istituzioni. Non si guarda intorno con prudenza prima di buttare là qualche commento sul governo. Qui la gente ride dei politici, li prende apertamente in giro, perfino il presidente. Hai l'impressione che nulla sia tabù.

---

Ulug Bek calcolò anche la durata dell’anno con un’approssimazione altissima: nell’ultimo calcolo sbagliò solo di venticinque secondi, cosa che rende la stima di Ulug Bek più precisa di quella di Copernico, eseguita un secolo dopo.





Nessun commento:

Posta un commento