Sherwood Anderson
trad. Giuseppe Trevisani
Einaudi, 2011
I personaggi di un libro come "Winesburg, Ohio", una volta trovati, ti accompagnano come un coro di voci. Ti parlano del loro luogo d'origine, come i viaggiatori che capita di incontrare in treno ti parlano del loro paese, ma bisogna avere anche la fortuna di imbattersi in qualcuno che te la sappia raccontare bene quella storia. Nello stile di Sherwood Anderson c'è la grande letteratura americana, c'è tutto quello che si ama del mestiere di scrivere. Conciso, neutrale agli eventi, sa come fare arrivare le luci e le ombre delle case, l'odore dei campi, il fieno tagliato, il profumo di pioggia, dell'erba da raccogliere. Le radici nella terra all'alba della modernità. Il suo stile maestro si concentra in quest'opera su uno dei soggetti che personalmente amo di più. La storia di un paese, di una comunità. È un argomento in cui è facile trovare del proprio, pure nel lontano fascino dell'America preindustriale, dove i più anziani ancora raccontano della guerra civile. E anzi un'America che viene da sentire più vicina, perché parte di tutte le civiltà contadine nel momento del passaggio che le estingue.
Incipit:
“Lo scrittore, un vecchio con i baffi bianchi, dovette penare un po’ per andare a letto. Le finestre della casa dove abitava erano in alto e il vecchio voleva, svegliandosi al mattino, poter vedere gli alberi di fuori. Era venuto un falegname a sistemare il letto, in modo che fosse all’altezza della finestra.”
Citazione:
“Se devi fare lo scrittore devi smetterla di giocare con le parole, – la maestra spiegò. – Sarebbe meglio metter da parte ogni idea di scrivere, finché non sei preparato. Adesso devi vivere. Non voglio farti paura, voglio farti capire l’importanza di quello che tu puoi tentare. Non devi diventare un venditore ambulante di parole. Devi imparare quel che la gente pensa, non quel che la gente dice.”

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