Hyeonseo Lee, David John
trad. Stefania Cherchi
Mondadori, 2015
Come tutti i bambini cresciuti nella Corea del Nord anche Hyeonseo Lee pensa, che il suo paese sia "il migliore del mondo". È una "brava comunista", studia le gesta leggendarie del Caro Leader Kim Il-sung, partecipa alle coreografie di massa organizzate dal Partito e crede che la Corea del Sud, l'acerrimo nemico, sia un paese poverissimo, pieno di senza-tetto, dove la gente muore per le strade e gli odiati yankee si divertono a prendere a calci bambini e disabili. Per lei, proveniente da una famiglia della classe media "leale" nei confronti del regime, le cose cambiano all'improvviso quando, nel 1994, la Corea del Nord viene sconvolta da una terribile carestia. È allora, nel vedere molti suoi connazionali morire di fame o sopravvivere a stento cibandosi di erba, insetti e corteccia d'albero, che Hyeonseo, appena diciassettenne, comincia a interrogarsi sulla reale natura del proprio paese e a dubitare delle verità confezionate dalla propaganda. Ed è allora che si accorge che al di là del confine, in Cina, poco lontano dalla sua casa di Hyesan, le luci non si spengono mai. E che forse, dall'altra parte del fiume ghiacciato, un'altra vita è possibile. Comincia così la storia di una rocambolesea fuga da una dittatura spietata e corrotta, una fuga che la porterà dapprima a vivere da illegale nella Cina del tumultuoso sviluppo economico, e in seguito a Seul, la capitale del Sud, dove riuscirà a condurre la sua famiglia dopo un avventuroso viaggio di oltre duemila chilometri attraverso il Sudest asiatico.
Citazioni:
“Fu allora che compresi come si possa fare a meno praticamente di tutto, perfino del nostro paese. Ma non potremo mai fare a meno delle altre persone, in particolare della nostra famiglia.”
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“Le persone gentili, capaci di anteporre gli altri a se stesse, sarebbero state le prime a morire. Solo gli spietati e gli egoisti sarebbero sopravvissuti.”
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“Un marito con il permesso di viaggiare all’estero era un vero status symbol. Ci stavamo facendo strada nel mondo.”
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“Ora che dovevo restare in Cina per un tempo indefinito, bisognava che imparassi il mandarino. E avevo il migliore degli insegnanti: la necessità. Si può studiare una lingua per anni, a scuola, ma niente ti aiuta a riuscirci come il bisogno: e il mio era diretto e urgente.”
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“Intrecciai le dita in grembo e per la prima volta in vita mia pregai. Non appartenevo a nessuna confessione, quindi pregai gli spiriti dei miei antenati.”
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“Anch’io, come tutti, sentivo il bisogno di appartenere a qualcosa, ma non c’era un Paese che potessi chiamare realmente mio. E non conoscevo nessuno che potesse dirmi che non ero l’unica al mondo ad avere un’identità frammentata, che non era una cosa importante. Che conta solo chi siamo come persone.”
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“Cominciai a riflettere a fondo sul tema dei diritti umani. Una delle principali ragioni per cui la distinzione fra oppressori e vittime è tanto sfumata in Corea del Nord è che nessuno laggiù ha la minima idea di questi diritti. Per sapere che i tuoi diritti vengono violati, o che tu stai violando quelli di un altro, prima devi sapere di averli, e quali sono.”
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“Dietro l’arroganza si percepiva la paura. Le dittature possono sembrare forti e compatte, ma sono sempre più fragili di quanto non appaia. Sono governate dall’arbitrio di un solo uomo, che non può attingere alla grande ricchezza delle discussioni e dei dibattiti come fanno invece le democrazie perché quel solo uomo governa grazie al terrore e l’unica verità permessa è la sua.”

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