La luna e i falò
Cesare Pavese
Feltrinelli, 2021
Pubblicato nell'aprile del 1950, La luna e i falò è l'ultimo romanzo di Cesare Pavese, uno dei capisaldi della letteratura italiana del Novecento. Ambientato nelle Langhe all'indomani della Liberazione, ha per protagonista un uomo di cui conosciamo solo il soprannome, Anguilla, che torna al suo paese dopo molti anni trascorsi in America, dov'era emigrato per sfuggire al regime fascista. In compagnia di Nuto, il falegname che un tempo fu figura paterna per l'orfano Anguilla, l'uomo ripercorre i luoghi dell'infanzia e dell'adolescenza alla ricerca delle proprie radici e delle persone che hanno abitato la sua giovinezza. Tuttavia il mondo della memoria non esiste più: i luoghi amati sono in possesso di mezzadri violenti e le persone con cui il protagonista aveva condiviso i primi anni di vita, morte nella guerra o vittime di soprusi. Costruito come un continuo viavai tra il passato e il presente, La luna e i falò mette in scena i temi della guerra partigiana, della cospirazione antifascista, della lotta di Liberazione, e li a lega a esperienze private come l'amicizia, la sensualità, la morte. Una straordinaria miscela che rende questo romanzo il capolavoro di Pavese e l'opera che ricompone la sua esperienza umana e letteraria.
Citazioni:
“Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.”
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“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”
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“Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l'ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto.”
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“Capii nel buio, in quell'odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie.”
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“Ci sono dei paesi dove le mosche stanno meglio dei cristiani. Ma non basta per rivoltarsi. La gente ha bisogno di una spinta.”
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“Soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quando eri ragazzo.”
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“Sentili, come saltano e come bestemmiano. Per farli venire a pregar la madonna il parroco bisogna che li lasci sfogare. E loro per potersi sfogare bisogna che accendano i lumi alla madonna. Chi dei due frega l'altro?”
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“Sullo stradone e nelle cascine ci stavo meglio, ma neanche qui non mi credevano. Potevo spiegare a qualcuno che quel che cercavo era soltanto di vedere qualcosa che avevo già visto? Vedere dei carri, vedere dei fienili, vedere una bigoncia, una griglia, un fiore di cicoria, un fazzoletto a quadrettoni blu, una zucca da bere, un manico di zappa?”
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“Ma è inutile mandarlo in America. L’America è già qui. Sono qui i milionari e i morti di fame.”
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“Dall’autunno a gennaio, bambini si gioca a biglie, e grandi a carte.”
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“Ero tornato, ero sbucato, avevo fatto fortuna... ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c'erano più... Quel che restava era come una piazza l'indomani della fiera, una vigna dopo la vendemmia, il tornar solo in trattoria quando qualcuno ti ha piantato. Nuto, l'unico che restava, era cambiato, era un uomo come me. Per dire tutto in una volta, ero un uomo anch'io, ero un altro... Venivo troppo da lontano -non ero più di quella casa, non ero più come Cinto, il mondo mi aveva cambiato.”