Cornelia Klauss, Frank Böttcher
trad. Giulia Bettiga
Keller, 2017
Tutti sappiamo della gente dell'est che fuggiva all'ovest durante la guerra fredda, ma che cosa sappiamo di chi invece voleva scoprire cosa stesse accadendo a Oriente? Queste sono le voci, le immagini, i resoconti di alcuni viaggiatori illegali nell'imperium sovietico. Giovani che negli anni Settanta e Ottanta si mettono in viaggio, non per sfuggire al comunismo riparando in Occidente ma per scoprire cosa ci fosse oltre l'orizzonte: montagne da scalare, altipiani e pianure da percorrere e popoli da scoprire e gente, tanta gente da incontrare. In questo secondo volume al centro c'è la natura e la montagna, le grandi cime sconosciute ai più. Christian Hufen e Kai Reinhart tracciano un aresco dei rapporti con l'alpinismo nei paesi dell'Est e nella DDR come prima non era mai stato fatto. Hartmut Beil ci porta nei suoi viaggi per raggiungere le alte quote attraverso l'immenso territorio sovietico e ancora le ascensioni sull'Elbrus, sul Picco Lenin e sul Picco del Comunismo. L'avventura però comincia molto prima nel lungo tragitto che conduce gli "alpinisti" dalla DDR alla base delle montagne - tra incontri, arresti e interrogatori - in cui si scopre una Unione Sovietica inconsueta.
Citazioni:
“Oggi la vista delle tracce di quelle esistenze umane mi commuove in uno strano modo, ogni piccola figura in bianco e nero sulla carta della fotografia incarna una vita.”
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“In caso di necessità però, in ogni stazione intermedia c’erano delle vecchine con secchi pieni di purè di patate che vedevano anche alcolici e calze pesanti lavorate a maglia da loro stesse. Le nonnine avevano individuato un’importante nicchia di mercato: salvavano i passeggeri da una prematura morte per fame o dal deperimento, arrotondando così la pensione.”
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“Quando mai, da noi, i più vecchi hanno trasmesso alla nuova generazione le conoscenze storiche che nessuno aveva insegnato loro a scuola?”
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“Il cinico detto locale “la povertà è il miglior custode dei monumenti” si dimostrava vero, perché malgrado il declino architettonico si percepiva ancora l’essenza del luogo.”
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“Chi non riesce mai a vedere chiaramente l’orizzonte del paesaggio, forse non sa nemmeno vederlo nella propria vita o nella prospettiva del proprio Paese.”
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“Il senso d’identità nazionale dei Lituani dipendeva anche dall’orgoglio. Erano orgogliosi di essere stati l’ultimo popolo europeo assoggettato alla cristianizzazione e che ciò fosse avvenuto a un’unica condizione: dal momento che nella loro religione pagana era il sole a essere venerato, la croce cristiana doveva essere abbinata al simbolo del sole. Per questo oggi quasi tutte le croci sui campanili, sulle tombe o nelle cappelle avevano il sole dentro. I lituani sono rimasti molto fedeli a questo simbolo e il legame con la natura sembra davvero significare qualcosa per loro.”
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“Quel giorno c’erano circa trecentomila persone alla manifestazione. La cosa davvero sorprendente non era tanto la massa di persone quanto lo spirito di solidarietà. Le barriere invisibili tra gli uomini si erano dissolte.”
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“Ma a quel tempo, ciò che i giornali e i libri storia tacevano, si poteva ancora carpire dalla memoria delle persone. Solo in seguito, con l’estinguersi della prima generazione, il passato sanguinoso dello Stato sovietico sarebbe caduto sempre più nel dimenticatoio.”

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