lunedì 24 ottobre 2022

Finché il caffè è caldo - Toshikazu Kawaguchi

Finché il caffè è caldo

Toshikazu Kawaguchi
trad. Claudia Marseguerra
Garzanti, 2020

In Giappone c’è una caffetteria speciale. È aperta da più di cento anni e, su di essa, circolano mille leggende. Si narra che dopo esserci entrati non si sia più gli stessi. Si narra che bevendo il caffè sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta la scelta sbagliata, si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare, si è lasciata andare via la persona che non bisognava perdere. Si narra che con un semplice gesto tutto possa cambiare. Ma c’è una regola da rispettare, una regola fondamentale: bisogna assolutamente finire il caffè prima che si sia raffreddato. Non tutti hanno il coraggio di entrare nella caffetteria, ma qualcuno decide di sfidare il destino e scoprire che cosa può accadere. Qualcuno si siede su una sedia con davanti una tazza fumante. Fumiko, che non è riuscita a trattenere accanto a sé il ragazzo che amava. Kotake, che insieme ai ricordi di suo marito crede di aver perso anche sé stessa. Hirai, che non è mai stata sincera fino in fondo con la sorella. Infine Kei, che cerca di raccogliere tutta la forza che ha dentro per essere una buona madre. Ognuna di loro ha un rimpianto. Ognuna di loro sente riaffiorare un ricordo doloroso. Ma tutti scoprono che il passato non è importante, perché non si può cambiare. Quello che conta è il presente che abbiamo tra le mani. Quando si può ancora decidere ogni cosa e farla nel modo giusto. La vita, come il caffè, va gustata sorso dopo sorso, cogliendone ogni attimo.


Citazioni:

Nagare ci teneva a usare dei chicchi con un aroma ben preciso, che i clienti amavano oppure odiavano. Chi amava quell’aroma, come Kōtake, non ne aveva mai abbastanza. Anzi, si poteva dire che fosse il caffè a scegliere i propri clienti.

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L’acqua cade dall’alto al basso, è la forza di gravità. Anche le emozioni forse agiscono secondo la stessa legge. Di fronte a una persona con cui si ha un legame profondo e a cui si sono rivelati i propri sentimenti, è difficile mentire e lasciar perdere. La verità vuole uscire a tutti i costi, soprattutto quando si cerca di occultare la tristezza o la fragilità.

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Penso sempre che se la morte di Kumi avesse portato solo tristezza a me e ai miei, allora questa sarebbe stata la sua unica eredità. Ecco perché voglio condurre una vita che testimoni di un’eredità più bella da parte sua.

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Serve coraggio per dire quello che va detto.

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Ero così concentrata su ciò che non potevo cambiare da dimenticare la cosa più importante.

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Il presente non era cambiato, ma quelle due persone sì. Erano tornate nel presente con il cuore trasformato.



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domenica 23 ottobre 2022

Il cammello battriano. In viaggio lungo la via della seta - Stefano Malatesta


Il cammello battriano. In viaggio lungo la via della seta
Stefano Malatesta
Neri Pozza, 2015

Nella libreria del British Museum, di fronte alla Bibbia di Gutenberg, c’è un casottino di vetro che custodisce un rotolo buddhista, il Diamond Sutra, stampato nell’866 dopo Cristo. Sei secoli prima di Gutenberg. È stato trovato – i cinesi dicono rubato – all’inizio del secolo in un’oasi sperduta della Cina occidentale, ai confini con il Taklamakan, uno spaventoso deserto il cui nome significa: «Se entri, non esci». Dunhuang era la tappa iniziale della Via della Seta per chi veniva dalla Cina e quella finale per chi partiva dal Mediterraneo e faceva parte di una straordinaria cultura fiorita per mille anni e poi scomparsa sotto la sabbia. Per arrivarci e raccontare la storia di questa cultura e di come venne saccheggiata dagli archeologi predoni, Stefano Malatesta ha seguito le antiche strade carovaniere, sulle tracce di geografi, avventurieri, esploratori, briganti, pellegrini, attraversando l’Hindukush, il Karakorum, il Pamir. È stato a Kashgar, il più grande, leggendario mercato dell’Asia Centrale e nelle valli paradisiache dell’Himalaya dov’è nato il mito di Shangri-là. Ha incontrato i cafiri dagli occhi azzurri e i nomadi kirghisi che cacciano con le aquile. Le descrizioni e le osservazioni del nostro scrittore-viaggiatore, integrate con resoconti di spedizioni, memorie, testi tra l’avventura e il saggio, tra la storia e l’antropologia, fanno di questo libro un moderno Milione.

Citazioni:

Un rumore ansimante di ferraglie annunciava l’apparizione dei re della strada, i camion. In tutta l’Asia, dalle Filippine a Karachi, gli autisti delle auto pubbliche e i padroncini dei trasporti privati semplicemente si rifiutano di guidare un’auto che sia solo un prodotto industriale, privo di orpelli e di accessori. La pittura delle fiancate è solo l’inizio di un processo di trasformazione che porta il veicolo a diventare un altare, un retablo, un’opera d’arte barocca e un trionfo di pasticceria. Non c’è centimetro quadro della carrozzeria che non sia decorato o intarsiato con materiali che vanno dall’acciaio alla plastica, dal legno alla carta, ai vimini. All’interno pendono dal soffitto e dallo specchietto retrovisore coloratissime figure, amuleti, talismani, fotografie e i cruscotti sono ricoperti da santini. All’esterno svolazzano frange e strisce legate ai finestrini, alle ruote e ai paraurti. Le luci in soprannumero, rosse, verdi, gialle, non seguono le regole della circolazione, ma obbediscono all’estro fantasioso dei conducenti e fanno assumere di notte ai camion il fantasmagorico splendore di un ufo. Ma di giorno, sormontati da un’incastellatura di legno che si alza sopra la cabina di guida, dove i pakistani si rifugiano cinque volte al giorno per pregare, sembrano piuttosto dei galeoni.

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Dei loro viaggi, conosciuti in Europa solo nell’Ottocento, ci rimangono le statue e le incisioni rupestri che avevo incontrato andando verso il Pamir (e i piccoli altari portatili che oggi si trovano nei musei). E gli eccitanti resoconti delle loro peregrinazioni.
Paragonando queste storie con quelle molto più tarde dei viaggiatori occidentali come Ibn Battuta o Marco Polo, si scoprono delle somiglianze. Le fantastiche invenzioni che verranno rimproverate al veneziano, i demoni, le voci nel deserto, qui trovano dei precedenti nei dragoni convertiti nelle pagode che sorgono dal nulla, nella terra che sprofonda per inghiottire i nemici. E apparizioni magiche, come si vedono negli affreschi e nelle bandiere di seta ritrovate nelle città sepolte del Taklamakan.

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Quello che lo attirava nel deserto non era solo il lavoro del cartografo, l’orgoglio di ricreare sulle mappe un mondo che quasi nessuno in Europa conosceva. Da numerosi anni nei mercati di Kashgar, di Khotan e di Yarkand giravano storie su antiche città sepolte sotto la sabbia e su resti di antichi monasteri, dove si nascondevano tesori.


 
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sabato 22 ottobre 2022

Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale - Erika Fatland

Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale
Erika Fatland
trad. Eva Kampmann
Marsilio, 2019


Con il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, le cinque repubbliche dell'Asia centrale fino ad allora controllate da Mosca ottengono l'indipendenza. Nel corso di settant'anni di regime sovietico, Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, i paesi che, dalle catene montuose più alte del mondo al deserto, segnavano un tempo la rotta della Via della Seta, sono in qualche modo passati direttamente dal Medioevo al ventesimo secolo. E dopo venticinque anni di autonomia, tutte e cinque le nazioni sono ancora alla ricerca della loro identità, strette fra est e ovest e fra vecchio e nuovo, al centro dell'Asia, circondate da grandi potenze come la Russia e la Cina, o da vicini irrequieti come l'Iran e l'Afghanistan. A unirle sono i contrasti: decenni di dominio sovietico convivono con le amministrazioni locali, la ricchezza esorbitante data da gas e petrolio con la povertà più estrema, il culto della personalità con usanze arcaiche ancora vitali. E mentre le steppe si riempiono di edifici ultramoderni e ville sfarzose abitate dai nuovi despoti, continuano a sopravvivere la passione per i tappeti e i bazar, l'amore per i cavalli e i cammelli, e innumerevoli tradizioni che rendono una visita alla regione e ai suoi abitanti indimenticabile. Nel suo reportage sui paesi alla periferia dell'ex Unione Sovietica, Erika Fatland unisce un approfondito lavoro di ricerca e analisi geopolitica al gusto dell'avventura.


Citazioni:

Le stelle, che adesso brulicano nella volta celeste come tante lucciole, non mi aiutano granché. Io non sono Marco Polo, ma una viaggiatrice del ventunesimo secolo, e riesco a orientarmi soltanto con il GPS del cellulare. L’iPhone giace morto nella tasca dei miei pantaloni, non mi è di aiuto nemmeno quello. E anche se avessi la batteria carica e ci fosse campo, sarei smarrita lo stesso. Non ci sono nomi di vie nel deserto, nessun punto di riferimento con cui orientarsi sul display.

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Tuttavia, anche se differiscono tra loro sotto molti aspetti, questi cinque paesi condividono lo stesso destino e la stessa origine. Per quasi settant’anni, dal 1922 al 1991, hanno fatto parte dell’Unione Sovietica, un immenso esperimento sociale senza precedenti nella storia.

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Non fu un compito facile per i cartografi sovietici far ordine in questo patchwork centroasiatico di popolazioni, lingue e clan. Fino al 1924 i russi avevano considerato l’Asia centrale come un’unica grande regione che chiamavano Turkestan, il paese dei turchi, perché la maggioranza degli abitanti della regione era di lingua turca. Ovviamente, i russi sapevano benissimo che i popoli dell’Asia centrale appartenevano a diversi clan e a diverse culture, ma non vedevano il motivo di complicare ulteriormente la situazione. Era già complicata così. Spesso neanche i diretti interessati sapevano di quale nazionalità fossero. Al censimento del 1926 la gente dichiarò nella maggior parte dei casi la tribù e la famiglia di appartenenza, ma non sempre sapeva rispondere alla domanda se fosse uzbeka, kirghisa o tagika.

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Da viaggiatori nell'era di internet capita di rado di sentirsi mentalmente lontani da casa.
 
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Su, su, nell’altopiano del Pamir, circondato da un paesaggio quasi ultraterreno di rocce brulle e tondeggianti e di laghetti con l’acqua più azzurra che si possa immaginare, sorge il villaggio di Bulunkul. La terra ha un’infinità di sfumature metalliche; alcune montagnole sono verdi, altre più azzurrognole, in certi punti la terra è color ruggine o giallo dorata. Quarantasei famiglie, quattrocentosette anime, vivono abbarbicate a questo paesaggio lunare, alla fine della strada, senza copertura né per i cellulari né per internet, a decine di chilometri dal villaggio più vicino.

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È difficile accorgersi che ciò che ti circonda tutti i giorni è bello.
 
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Si sente la libertà? Si respira un'aria diversa? No, non è possibile sentire la libertà, c'è e basta, non si mette in mostra. Non è la libertà in sé che si nota, ma l'assenza di paura. La gente non abbassa la voce quando critica le istituzioni. Non si guarda intorno con prudenza prima di buttare là qualche commento sul governo. Qui la gente ride dei politici, li prende apertamente in giro, perfino il presidente. Hai l'impressione che nulla sia tabù.

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Ulug Bek calcolò anche la durata dell’anno con un’approssimazione altissima: nell’ultimo calcolo sbagliò solo di venticinque secondi, cosa che rende la stima di Ulug Bek più precisa di quella di Copernico, eseguita un secolo dopo.





venerdì 21 ottobre 2022

On writing. Autobiografia di un mestiere - Stephen King


On writing. Autobiografia di un mestiere
Stephen King
Giovanni Arduino
Sperling & Kupfer, 2017

Più che un manuale tecnico per aspiranti scrittori, questo libro è un'autobiografia del mestiere, in cui la storia personale e professionale di King si fondono totalmente. Il capitolo d'apertura, «Curriculum vitae» ripercorre gli anni della formazione attraverso i momenti di crescita fino al grande successo di «Carrie». «La cassetta degli attrezzi» è invece una disincantata elencazione dei ferri del mestiere. «Sullo scrivere» illustra le fasi del racconto creativo fino all'approdo editoriale; infine «Sul vivere» racconta come l'autore abbia visto la morte da vicino dopo lo spaventoso incidente in cui è stato coinvolto e come, grazie alla scrittura, sia tornato alla vita.


 
Citazioni:

Scrivere bene è spesso questione di liberarsi dalla paura e dall'ostentazione.
 
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Quando scrivi una storia, la stai raccontando a te stesso. Quando la riscrivi, il tuo compito principale è togliere tutto quello che non è la storia.

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Diffido della trama per due ragioni: perché le nostre vite ne sono in larga misura prive, anche prendendo tutte le più ragionevoli precauzioni e stilando i più accurati programmi; e perché credo che la costruzione di una trama e la spontaneità della creazione vera siano incompatibili.

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Il piacere di aver trovato le parole giuste e di averle messe ordinatamente in fila. È come decollare in aereo: sei al suolo, al suolo, al suolo... e poi sei su.




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giovedì 20 ottobre 2022

Notturno cileno - Roberto Bolaño


Notturno cileno
Roberto Bolaño
Ilide Carmignani
Adelphi, 2016
 
«Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all'improvviso le cose sono emerse». L'uomo che in una notte di agonia e delirio decide di ripercorrere la propria esistenza, per «chiarire certi punti», per smentire le «infamie» messe in giro su di lui da quel «giovane invecchiato» che da un pezzo lo perseguita coprendolo di insulti – ombra, o fantasma, o figura della sua innocenza perduta –, è stato un sacerdote, un membro dell'Opus Dei, e anche un poeta e un autorevole critico letterario. Ma è stato soprattutto uno che ha sempre badato a tenersi al riparo da ogni rischio, e per riuscirci si è piegato a molti compromessi, ha chiuso gli occhi dinanzi a molte nefandezze, si è macchiato di molte viltà. Ha accettato e svolto coscienziosamente incarichi bizzarri, come dare lezioni di marxismo a Pinochet e ai membri della sua giunta, e ha preso parte a squisite serate letterarie in una sontuosa villa, alla periferia di Santiago, nei cui sotterranei venivano torturati gli oppositori politici al regime. E adesso che le cose e i volti del suo passato gli turbinano davanti come sospinti da un soffio infernale, «si scatena la tempesta di merda». In questo, che è l'ultimo grande romanzo pubblicato in vita, Roberto BolanÞo fa i conti una volta per tutte con la storia di quel Cile che non ha mai smesso di amare e odiare con identico furore. Lo fa scegliendo, paradossalmente, il punto di vista di un personaggio equivoco e meschino, e riuscendo tuttavia a costruire, mediante la sua querula voce, un possente «romanzo-fiume di centocinquanta pagine».


Citazioni:

Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e perfino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi, perché anche i silenzi salgono al cielo e Dio li sente e solo Dio li comprende e giudica, per cui molta attenzione ai silenzi.

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La mia felicità, la gioia ritrovata, il vero senso della preghiera, le mie suppliche che si levavano oltre le nuvole, là dove esiste solo la musica, quello che chiamiamo il coro degli angeli, uno spazio non umano ma indubbiamente l’unico spazio che possiamo abitare, seppure in via ipotetica, noi esseri umani, uno spazio inabitabile ma l’unico spazio che vale la pena di abitare, uno spazio dove cesseremo di essere ma l’unico spazio dove possiamo essere quello che davvero siamo...

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... e la vita continuava e continuava e continuava, come una collana di riso dove su ogni chicco ci fosse dipinto un paesaggio, granelli minuscoli e paesaggi microscopici, e io sapevo che tutti si mettevano la collana al collo ma nessuno aveva abbastanza pazienza o forza d’animo da togliersi la collana e avvicinarla agli occhi e decifrare granello per granello ogni paesaggio...



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mercoledì 19 ottobre 2022

La masseria delle allodole - Antonia Arslan


La masseria delle allodole
Antonia Arslan
Rizzoli, 2015

Ispirato ai ricordi familiari dell'autrice, il racconto della tragedia di un popolo
mite e fantasticante, gli armeni, e la struggente nostalgia per una terra e una felicità perdute. La masseria delle allodole è la casa, sulle colline dell'Anatolia, dove nel maggio 1915, all'inizio dello sterminio degli armeni da parte dei turchi, vengono trucidati i maschi della famiglia, adulti e bambini, e da dove comincia l'odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia. In mezzo alla morte e alla disperazione, queste donne coraggiose, spinte da un inesauribile amore per la vita, riescono a tenere accesa la fiamma della speranza; e da Aleppo, tre bambine e un maschietto-vestito-da-donna salperanno per l'Italia

 
Citazioni:

Zia Henriette era una sopravvissuta al genocidio del 1915. Creatura della diaspora, non aveva più una lingua madre. Parlava molte lingue, compresa la sua, l’armeno, in modo legnoso, innaturale: come una straniera.
 
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Dopo tanti anni, è nell’odoroso interno brulicante di gente che mi sento a casa, nel caldo nido di una volta: non estranea, non ospite, ma passeggera in attesa di un treno di cui non conosco l’orario. So soltanto che da qui passerà, da questa grande stazione dove nessuno è straniero, e un grande cuore ancora batte per segnarci il cammino. Qui vorrei finire il mio tempo, appoggiata a un gradino consumato dai passi degli uomini, perché Qualcuno mi accetti, per non svanire nel nulla, e transitare verso la luce, con la mano nella mano del mio amico Antonio il portoghese, detto Antonio di Padova, il Santo col fiore di giglio in mano.

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Ma i padri non tornano. È notte fonda ormai, e nessuno pensa a dormire. Svogliatamente i bambini vengono messi a letto; ma tranne i più piccoli, si alzano subito di nuovo, silenziosi, senza piangere, per stare vicini alle madri, alle nonne, di cui percepiscono lo sgomento, la disperazione. Svelte mani femminili cuciono tasche segrete, sacchetti misteriosi, dove sprofondano le pietre luminose, gli zecchini dorati. Altre mani impastano, scelgono, radunano cibo e pane, mele rotonde e pere secche, fichi e biscotti; ma non c'è niente di allegro in questo affaccendarsi, e i bambini non si ingannano, fiutano la paura, la minaccia, la morte.
 
 
 

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martedì 18 ottobre 2022

Il farmacista del ghetto di Cracovia - Tadeusz Pankiewicz


Il farmacista del ghetto di Cracovia

Tadeusz Pankiewicz
trad. Irene Picchianti
UTET, 2016

Quando in un quartiere periferico di Cracovia viene creato d’autorità il ghetto ebraico, il 3 marzo 1941, Tadeusz Pankiewicz ne diventa suo malgrado un abitante. Pur senza essere ebreo, infatti, gestisce l’unica farmacia del quartiere: contro ogni previsione e contro ogni logica di sopravvivenza, decide di rimanere e di tenere aperta la sua bottega, resistendo ai diversi tentativi di sgombero, agli ordini perentori di chiusura e trasferimento. Rimarrà anche quando il ghetto verrà diviso in due e in gran parte sfollato, quando diventerà sempre più difficile giustificare la necessità della sua presenza. Grazie a questa sua condizione anomala, coinvolto ed estraneo allo stesso tempo, Pankiewicz diventa una figura cardine del ghetto: si fa testimone delle brutalità del nazismo, fedele cronista dei fatti e silenzioso soccorritore, cercando in tutti i modi di salvare la vita e, quando impossibile, almeno la memoria delle migliaia di ebrei del ghetto di Cracovia. Mescolando il rigore della ricostruzione e la delicatezza del ricordo, Tadeusz Pankiewicz ci restituisce la sua versione di questa grande tragedia, raccogliendo le storie di chi ha subito impotente la “soluzione finale” e le storie di chi ha invece provato a reagire: i disperati tentativi di resistenza armata, la ricerca del cianuro di potassio come extrema ratio in caso di cattura, le fughe attraverso le fogne cittadine... Il farmacista del ghetto di Cracovia racconta tutta l’assurdità di un momento storico in cui il capriccio del caso decise il destino di molti, ma anche l’incredibile resilienza degli esseri umani di fronte all’orrore. Come dice un cliente a Pankiewicz: «Dottore, mi dica: come mai ci sono così pochi pazzi in giro dopo tutto quello che la gente ha dovuto sopportare? Possono le cellule grigie del nostro cervello reggere così tanto dolore?».


Citazioni:

Sopravvivere... Era una grande parola, a quel tempo. C'era forse qualcosa di più potente delle parole "libertà", "tener duro", in quelle terribili condizioni di cattività, in un'epoca in cui la morte mieteva il suo sanguinoso raccolto? La speranza compiva miracoli, dava alla gente una forza, una resistenza veramente sovrumane, le imponeva di stringere i denti, di inghiottire molte amare umiliazioni. Non era la paura della morte a dominare, ma il desiderio di farcela.

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Chi non ha assistito personalmente a quell'incredibile spettacolo di terrore non può comprendere, non può concepire le condizioni in cui la gente viveva lì, non coglie la perfidia delle menzogne con cui venivano beffati esseri umani ormai prossimi alla morte.
 
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Questi pochi esempi provano inconfutabilmente a che cosa possa condurre un odio cieco e ben coltivato, e a quali bassezze possa arrivare la morale degli uomini.



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