lunedì 31 ottobre 2022

A volte ritornano - Stephen King

A volte ritornano
Stephen King
trad. Hilia Brinis
Bompiani, 2014

L'intento di Stephen King in questi venti racconti è chiaro: parlare di paura, di come si arriva all'orlo della follia... e forse al di là del baratro.










Citazioni:

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia.

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Continuo a pensare a quella serata di nebbia in cui avevo mal di testa; ricordo che andai a passeggio per prendere aria e incontrai tutte quelle belle ombre senza alcuna forma o sostanza. E penso anche al baule della mia auto e mi domando perché mai dovrei avere paura di aprirlo.

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Forse avrete occasione di viaggiare anche voi nel Maine meridionale, un giorno o l'altro. È una zona piuttosto bella, indubbiamente. Chissà, forse vi capiterà perfino di fermarvi al bar di Tookey, per bere qualcosa. Un posticino simpatico. Gli hanno conservato anche il nome. Bevete pure ma, dopo, il consiglio che vi do è di proseguire dritto verso nord. In ogni caso, non imboccate la strada che passa da Jerusalem's Lot.
Specialmente dopo il calar del buio.
C'è una bambina che si aggira da quelle parti. E credo stia ancora aspettando di dare il bacio della buonanotte.
 


 
 
 


domenica 30 ottobre 2022

Tutti i romanzi e i racconti - Howard P. Lovecraft


Tutti i romanzi e i racconti
Howard P. Lovecraft
trad. Gianni Pilo, Sebastiano Fusco
Newton Compton Editori, 2016

Terrore insondabile e soprannaturale, inquietanti e apocalittiche visioni: tutto l'immaginario di follia e orrore di Howard R. Lovecraft è raccolto in queste pagine. Interi universi prendono forma dalla sua sapiente penna, governati da leggi fisiche ignote, popolati da creature inimmaginabili e da terrificanti minacce. L'uomo è solo al centro di un cosmo nel quale il terrore proviene dagli abissi della mente come dai più remoti recessi dello spazio, un mondo nel quale la paura è la dimensione dell'essere. Tutto ciò sottintende la teoria lovecraftiana secondo cui smascherare e affrontare i propri incubi più angoscianti è l'unico modo per esorcizzarli. Incubi, sogni e miti creati da un maestro dell'orrore e del fantasy per turbare le notti dei lettori. In questo volume è presentata tutta la produzione del "solitario di Providence", compresi capolavori famosi che ancora oggi ispirano scrittori e sceneggiatori, come "Le montagne della follia", "Lo strano caso di Charles Dexter Ward", "L'orrore di Dunwich", "La ricerca onirica dello Sconosciuto Kadath".

 
Citazioni:

In un simile ambiente, la mente perde la sua prospettiva. Il tempo e lo spazio divengono banalità inconsistenti, e gli echi di un perduto passato ancestrale martellano ostinati sulla coscienza prigioniera dell’incanto.

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Parlò di fessure e crepe nella terra che erano vicine alle paludi più fitte. Parlò di strane voci che rispondevano quando gli stregoni le chiamavano. Leggende tribali accennavano a questi esseri, per metà animali e per metà umani, che tenevano conclavi nelle grotte e riti deliranti nelle profondità della terra.

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Sembrava che quelle imponenti vette da incubo fossero i piloni di una porta spaventosa che conducesse nella sfera proibita del sogno e nel vortice del tempo, dello spazio e delle altre dimensioni. Non potevo fare a meno di pensare che quelle cime fossero perverse, vere montagne della follia, il cui opposto versante si affacciava di fronte all’ultimo abisso maledetto. Lo sfondo nuvoloso in fermento e quasi luminoso insinuava l’ineffabile immagine di un altrove incerto ed etereo molto più vicino al vuoto cosmico che alla terra, e forniva un ammonimento spaventoso della distanza assoluta, dell’isolamento, della desolazione e della morte eterna di quel mondo australe smisurato e solitario.
 
 
 
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sabato 29 ottobre 2022

Il lato selvatico del tempo - Marco Aime


Il lato selvatico del tempo
Marco Aime
Ponte alle Grazie, 2008

In quel tempo quasi fiabesco che comincia sempre con "una volta", gli abitanti della Chalancho consumavano le sere nelle veglie, spegnendo le fatiche contadine nella narrazione di storie fantastiche. Stretti dentro una stalla, i montanari della piccola borgata della Val Grana esorcizzavano il buio raccontando vicende di masche, le streghe, crudeli femmine vendicatrici o più probabilmente donne che osavano fuggire dalle strette maglie del controllo sociale sfidando la notte, il lato selvatico del tempo. È stato proprio questo, nel 1987, l'argomento della tesi di dottorato di Marco Aime. Ora, a distanza di anni, l'antropologo rende omaggio a un mondo ormai scomparso riproponendo il racconto di quei giorni sulle montagne, e facendo così i conti con un'altra selvatichezza, prepotente come l'ortica che invade i sentieri dell'amata borgata, indifferente come l'asfalto che ne cancella i vecchi tracciati: quella dell'ineluttabilità di certe perdite, dello sprofondare di luoghi e persone in un niente al quale si può solo opporre l'ostinata volontà della memoria, la forza poetica della narrazione. L'assoluta verità del tempo vissuto.

 
Citazioni:

Tutta l’esistenza di quelle persone si era modellata sul lavoro, un lavoro diverso da quello vissuto nei centri urbani e industrializzati, un lavoro il cui tempo si confondeva e si identificava con il tempo quotidiano, con la totalità dei gesti e dei movimenti compiuti. Non esistevano le otto ore, non esisteva un ufficio o un capannone, esisteva solamente un tempo vissuto nel proprio ambiente. Il lavoro faceva parte di questo ambiente, fisico e mentale, allo stesso modo in cui gli appartenevano l’erba, la pioggia, la stalla.

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Raccontare, parlare, stare ad ascoltare. Qui la parola detta fa la storia, la morale, segna le relazioni. Nessuno ha delegato alla scrittura la propria memoria. Ecco allora l’importanza del narrare. Attraverso i racconti si tramanda non solo la storia, ma anche la tradizione e le regole. Da queste vicende si può tentare di far rivivere, almeno in parte, i rapporti tra le persone e il loro ambiente, scoprire quella tenue trama sulla quale sono andati innestandosi i racconti e le credenze che ancora sopravvivono.

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Di notte ognuno si rinchiudeva nella propria casa, tra quelle mura che proteggevano dagli sguardi invadenti degli altri. Era l’unico momento in cui la comunità allentava il proprio controllo sociale sugli individui, ognuno era libero di comportarsi come meglio credeva, senza dovere rendere conto a nessuno.

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Allora ecco che tutto accadeva di notte, tutto veniva attribuito a questo momento incerto e indefinito dell’esistenza. Come il controllo dell’uomo cessava, tutto tornava a essere selvatico. Anche il bosco appena fuori le case, ma soprattutto quei valloni oscuri e freddi che incutevano paura persino di giorno.


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venerdì 28 ottobre 2022

Un viaggio chiamato vita - Banana Yoshimoto


Un viaggio chiamato vita
Banana Yoshimoto
trad. Gala Maria Follaco
Feltrinelli, 2013

La vita è un viaggio, e come tutti i viaggi si compone di ricordi. In questo libro, Banana Yoshimoto raccoglie preziosi frammenti di memoria e ci porta con sé, lontano nel tempo e nel mondo. Dalle emozioni del primo amore alla scoperta della maternità, dalle piramidi egiziane alla Tokyo degli anni settanta. Con la consueta leggerezza della sua scrittura, ricostruisce le emozioni dell'esistenza a partire da un profumo, da un sapore, da un effetto di luce o dal rumore della pioggia e del vento. E così che una pianta di rosmarino ci trasporta da un minuscolo appartamento di Tokyo al tramonto luccicante della Sicilia, e che un contenitore pieno di alghe diventa l'occasione per esplorare il dolore della perdita. I pensieri in libertà di Banana Yoshimoto ci accompagnano fino al centro del suo mondo letterario e lungo il nostro personale "viaggio della vita", fatto di promesse e di incontri, di stupore e di meraviglia, di malinconia e di sofferenza. Dalle pagine di questo libro, l'autrice ci invita a riappropriarci del nostro tempo e a non perdere mai la fiducia negli altri esseri umani, perché quello che rimane, al termine del più difficile dei viaggi, è il riflesso nella nostra memoria di ogni singolo giorno vissuto.

 
Citazioni:

 
Penso che in fondo un viaggio sia tale quando non si protrae per lungo tempo, in quanto a un certo punto si deve ritornare.

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I viaggi moltiplicano le vite degli uomini.

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Ad esempio, a me piace tanto quando, nell'aria ancora fredda delle notti d'inverno, all'improvviso si sente il profumo della primavera.

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La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo da grandi cose, come lo studio, l'amore, i matrimoni, i funerali. Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l'anima respira e grazie alla quale vive.

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La magia tiene sempre la porta aperta. Davvero, sempre. Trovarla dipende solo da noi.
 
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Accumulare bei ricordi, non è forse la sola cosa che possiamo fare nella vita?

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La nostra vita appartiene soltanto a noi, e i ricordi... quelli non possiamo cederli a nessuno. Accumulatene, che siano soltanto vostri, e straordinari, grandi, tanti, irripetibili, di quelli che lasciano a bocca aperta, e che fanno entrare nella tomba con il sorriso sulle labbra!




 

 

 

 

giovedì 27 ottobre 2022

La sovrana lettrice - Alan Bennett


La sovrana lettrice
Alan Bennett
trad. Monica Pavani
Adelphi, 2011

A una cena ufficiale, circostanza che generalmente non si presta a un disinvolto scambio di idee, la regina d'Inghilterra chiede al presidente francese se ha mai letto Jean Genet. Ora, se il personaggio pubblico noto per avere emesso, nella sua carriera, il minor numero di parole arrischia una domanda del genere, qualcosa deve essere successo. Qualcosa in effetti è successo, qualcosa di semplice, ma dalle conseguenze incalcolabili: per un puro accidente, la sovrana ha scoperto la lettura di quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus a chiunque incontri sul suo cammino. Con quali effetti sul suo entourage, sui suoi sudditi, sui servizi di security e soprattutto sui suoi lettori lo scoprirà solo chi arriverà all'ultima pagina, anzi all'ultima riga.

Citazioni:

L'attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. Un lettore valeva l'altro e lei non faceva eccezione.

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Un libro è un ordigno per infiammare l'immaginazione.

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I libri non sono un passatempo. Parlano di altre vite, di altri mondi. Altro che far passare il tempo; non so cosa darei per averne di più.
 
 
 

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mercoledì 26 ottobre 2022

Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi - Manfred Spitzer


Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi
Manfred Spitzer
trad. Maria Alessandra Petrelli
Corbaccio, 2019 
 
Senza computer, smartphone e Internet oggi ci sentiamo perduti. Questo vuol dire che l’uso massiccio delle tecnologie di consumo sta mandando il nostro cervello all’ammasso. E intanto la lobby delle società di software promuove e pubblicizza gli esiti straordinari delle ultime ricerche in base alle quali, grazie all’uso della tecnologia, i nostri figli saranno destinati a un radioso futuro ricco di successi. Ma se questo nuovo mondo non fosse poi il migliore dei mondi possibili? Se gli interessi economici in gioco tendessero a sminuire, se non a occultare, i risultati di altre ricerche che vanno in direzione diametralmente opposta? Sulla base di tali studi, che l’autore analizza in questo libro documentatissimo e appassionato, è lecito lanciare un allarme generale: i media digitali in realtà rischiano di indebolire corpo e mente nostri e dei nostri figli. Se ci limitiamo a chattare, twittare, postare, navigare su Google… finiamo per parcheggiare il nostro cervello, ormai incapace di riflettere e concentrarsi. L’uso sempre più intensivo di smartphone e computer scoraggia lo studio e l’apprendimento e, viceversa, incoraggia i nostri ragazzi a restare per ore davanti a uno schermo. Per non parlare dei social, che regalano surrogati tossici di amicizie vere, indebolendo la capacità di socializzare nella realtà e favorendo l’insorgere di forme depressive. Manfred Spitzer mette politici, intellettuali, genitori, cittadini di fronte a questo scenario: è veramente quello che vogliamo per noi e per i nostri figli?
 
 
Citazioni:
 
...perché solo sapendo dove si è si può essere dove si vuole, come mi ripeteva fino alla nausea il mio istruttore di volo.
 
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L’anonimato della rete provoca una riduzione dell’autocontrollo e una corrispondente diminuzione dello sforzo per mantenere un comportamento sociale adeguato.
 
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...la capacità di elaborare contenuti acquisiti dipende dal modo in cui sono stati assimilati.
 
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Proprio perché i media digitali ci accompagnano oggi giorno dalla culla alla bara, diventa sempre più difficile vedere chiaramente l’effetto che hanno su di noi.
 
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Aurelio diceva che «l’anima alla lunga prende il colore dei pensieri».
 
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Imparare significa accendere un fuoco, non riempire dei contenitori.

 
 
 
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martedì 25 ottobre 2022

La casa dei ragazzi speciali di Miss Peregrine - Ransom Riggs


La casa dei ragazzi speciali di Miss Peregrine
Ransom Riggs
trad. Ilaria Katerinov
Rizzoli, 2017

Quali mostri popolano gli incubi del nonno di Jacob, unico sopravvissuto allo sterminio della sua famiglia di ebrei polacchi? Sono la trasfigurazione della ferocia nazista? Oppure sono qualcosa d'altro, e di tuttora presente, in grado di colpire ancora? Quando la tragedia si abbatte sulla sua famiglia, Jacob decide di attraversare l'oceano per scoprire il segreto racchiuso tra le mura della casa in cui, decenni prima, avevano trovato rifugio il nonno Abraham e altri piccoli orfani scampati all'orrore della Seconda guerra mondiale. Soltanto in quelle stanze abbandonate e in rovina, rovistando nei bauli pieni di polvere e dei detriti di vite lontane, Jacob potrà stabilire se i ricordi del nonno, traboccanti di avventure, di magia e di mistero, erano solo invenzioni buone a turbare i suoi sogni notturni. O se, invece, contenevano almeno un granello di verità, come sembra testimoniare la strana collezione di fotografie d'epoca che Abraham custodiva gelosamente. Possibile che i bambini e i ragazzi ritratti in quelle fotografie ingiallite, bizzarre e non di rado inquietanti, fossero davvero, come il nonno sosteneva, speciali, dotati di poteri straordinari, forse pericolosi? Su "Miss Peregrine. La casa dei ragazzi speciali", è basato l'omonimo film, prodotto dalla Twentieth Century Fox, scritto e diretto da Tim Burton.

 
Citazioni:

Ci aggrappiamo alle favole finché il prezzo da pagare per le nostre illusioni diventa troppo alto.
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Il modo più semplice per mentire è omettere dettagli anziché inventarli.

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A volte uno ha semplicemente bisogno di varcare una soglia.

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Quando qualcuno si rifiuta di farti entrare, a un certo punto smetti di bussare.”

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Un tempo sognavo di sfuggire a una vita noiosa, ma in realtà non lo è mai stata. Non avevo notato quanto fosse straordinaria.
 
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Però quelli non erano i mostri che può immaginare un bambino di sette anni, con i tentacoli e la carne putrefatta: avevano un volto umano, uniformi inamidate e la croce uncinata sul petto. Mostri così ordinari che non capisci cosa sono davvero finché non è troppo tardi.
 
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Non arrivai lontano, feci giusto il giro del giardino camminando lentamente, guardando il cielo, di nuovo terso e costellato da un miliardo di stelle. Anche le stelle viaggiavano nel tempo. Quanti di quegli antichi puntini di luce erano gli ultimi echi di soli ormai spenti? Quante erano già nate, ma la loro luce non era ancora arrivata fino a me? Se ogni sole tranne il nostro fosse collassato quella notte, quante vite ci avremmo messo a capire di essere rimasti soli? Avevo sempre saputo che il cielo era pieno di misteri, ma soltanto ora avevo la consapevolezza di quanti ne conteneva la terra.

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Pensai ai miei bisnonni, morti di fame, i corpi emaciati dati in pasto ai forni, solo perché erano il bersaglio dell’odio di perfetti sconosciuti. Pensai ai bambini che vivevano in quella casa, ridotti in cenere da una bomba perché un pilota a cui non importava niente aveva premuto un pulsante.

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Non sapevo dare un nome a quello che stava succedendo tra noi, comunque mi piaceva. Mi sembrava stupido, fragile, bello.

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... e capii che andarmene non avrebbe significato, come immaginavo, togliermi un peso. Il loro ricordo era tangibile, presente, e l’avrei portato con me.
 


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lunedì 24 ottobre 2022

Finché il caffè è caldo - Toshikazu Kawaguchi

Finché il caffè è caldo

Toshikazu Kawaguchi
trad. Claudia Marseguerra
Garzanti, 2020

In Giappone c’è una caffetteria speciale. È aperta da più di cento anni e, su di essa, circolano mille leggende. Si narra che dopo esserci entrati non si sia più gli stessi. Si narra che bevendo il caffè sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta la scelta sbagliata, si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare, si è lasciata andare via la persona che non bisognava perdere. Si narra che con un semplice gesto tutto possa cambiare. Ma c’è una regola da rispettare, una regola fondamentale: bisogna assolutamente finire il caffè prima che si sia raffreddato. Non tutti hanno il coraggio di entrare nella caffetteria, ma qualcuno decide di sfidare il destino e scoprire che cosa può accadere. Qualcuno si siede su una sedia con davanti una tazza fumante. Fumiko, che non è riuscita a trattenere accanto a sé il ragazzo che amava. Kotake, che insieme ai ricordi di suo marito crede di aver perso anche sé stessa. Hirai, che non è mai stata sincera fino in fondo con la sorella. Infine Kei, che cerca di raccogliere tutta la forza che ha dentro per essere una buona madre. Ognuna di loro ha un rimpianto. Ognuna di loro sente riaffiorare un ricordo doloroso. Ma tutti scoprono che il passato non è importante, perché non si può cambiare. Quello che conta è il presente che abbiamo tra le mani. Quando si può ancora decidere ogni cosa e farla nel modo giusto. La vita, come il caffè, va gustata sorso dopo sorso, cogliendone ogni attimo.


Citazioni:

Nagare ci teneva a usare dei chicchi con un aroma ben preciso, che i clienti amavano oppure odiavano. Chi amava quell’aroma, come Kōtake, non ne aveva mai abbastanza. Anzi, si poteva dire che fosse il caffè a scegliere i propri clienti.

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L’acqua cade dall’alto al basso, è la forza di gravità. Anche le emozioni forse agiscono secondo la stessa legge. Di fronte a una persona con cui si ha un legame profondo e a cui si sono rivelati i propri sentimenti, è difficile mentire e lasciar perdere. La verità vuole uscire a tutti i costi, soprattutto quando si cerca di occultare la tristezza o la fragilità.

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Penso sempre che se la morte di Kumi avesse portato solo tristezza a me e ai miei, allora questa sarebbe stata la sua unica eredità. Ecco perché voglio condurre una vita che testimoni di un’eredità più bella da parte sua.

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Serve coraggio per dire quello che va detto.

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Ero così concentrata su ciò che non potevo cambiare da dimenticare la cosa più importante.

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Il presente non era cambiato, ma quelle due persone sì. Erano tornate nel presente con il cuore trasformato.



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domenica 23 ottobre 2022

Il cammello battriano. In viaggio lungo la via della seta - Stefano Malatesta


Il cammello battriano. In viaggio lungo la via della seta
Stefano Malatesta
Neri Pozza, 2015

Nella libreria del British Museum, di fronte alla Bibbia di Gutenberg, c’è un casottino di vetro che custodisce un rotolo buddhista, il Diamond Sutra, stampato nell’866 dopo Cristo. Sei secoli prima di Gutenberg. È stato trovato – i cinesi dicono rubato – all’inizio del secolo in un’oasi sperduta della Cina occidentale, ai confini con il Taklamakan, uno spaventoso deserto il cui nome significa: «Se entri, non esci». Dunhuang era la tappa iniziale della Via della Seta per chi veniva dalla Cina e quella finale per chi partiva dal Mediterraneo e faceva parte di una straordinaria cultura fiorita per mille anni e poi scomparsa sotto la sabbia. Per arrivarci e raccontare la storia di questa cultura e di come venne saccheggiata dagli archeologi predoni, Stefano Malatesta ha seguito le antiche strade carovaniere, sulle tracce di geografi, avventurieri, esploratori, briganti, pellegrini, attraversando l’Hindukush, il Karakorum, il Pamir. È stato a Kashgar, il più grande, leggendario mercato dell’Asia Centrale e nelle valli paradisiache dell’Himalaya dov’è nato il mito di Shangri-là. Ha incontrato i cafiri dagli occhi azzurri e i nomadi kirghisi che cacciano con le aquile. Le descrizioni e le osservazioni del nostro scrittore-viaggiatore, integrate con resoconti di spedizioni, memorie, testi tra l’avventura e il saggio, tra la storia e l’antropologia, fanno di questo libro un moderno Milione.

Citazioni:

Un rumore ansimante di ferraglie annunciava l’apparizione dei re della strada, i camion. In tutta l’Asia, dalle Filippine a Karachi, gli autisti delle auto pubbliche e i padroncini dei trasporti privati semplicemente si rifiutano di guidare un’auto che sia solo un prodotto industriale, privo di orpelli e di accessori. La pittura delle fiancate è solo l’inizio di un processo di trasformazione che porta il veicolo a diventare un altare, un retablo, un’opera d’arte barocca e un trionfo di pasticceria. Non c’è centimetro quadro della carrozzeria che non sia decorato o intarsiato con materiali che vanno dall’acciaio alla plastica, dal legno alla carta, ai vimini. All’interno pendono dal soffitto e dallo specchietto retrovisore coloratissime figure, amuleti, talismani, fotografie e i cruscotti sono ricoperti da santini. All’esterno svolazzano frange e strisce legate ai finestrini, alle ruote e ai paraurti. Le luci in soprannumero, rosse, verdi, gialle, non seguono le regole della circolazione, ma obbediscono all’estro fantasioso dei conducenti e fanno assumere di notte ai camion il fantasmagorico splendore di un ufo. Ma di giorno, sormontati da un’incastellatura di legno che si alza sopra la cabina di guida, dove i pakistani si rifugiano cinque volte al giorno per pregare, sembrano piuttosto dei galeoni.

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Dei loro viaggi, conosciuti in Europa solo nell’Ottocento, ci rimangono le statue e le incisioni rupestri che avevo incontrato andando verso il Pamir (e i piccoli altari portatili che oggi si trovano nei musei). E gli eccitanti resoconti delle loro peregrinazioni.
Paragonando queste storie con quelle molto più tarde dei viaggiatori occidentali come Ibn Battuta o Marco Polo, si scoprono delle somiglianze. Le fantastiche invenzioni che verranno rimproverate al veneziano, i demoni, le voci nel deserto, qui trovano dei precedenti nei dragoni convertiti nelle pagode che sorgono dal nulla, nella terra che sprofonda per inghiottire i nemici. E apparizioni magiche, come si vedono negli affreschi e nelle bandiere di seta ritrovate nelle città sepolte del Taklamakan.

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Quello che lo attirava nel deserto non era solo il lavoro del cartografo, l’orgoglio di ricreare sulle mappe un mondo che quasi nessuno in Europa conosceva. Da numerosi anni nei mercati di Kashgar, di Khotan e di Yarkand giravano storie su antiche città sepolte sotto la sabbia e su resti di antichi monasteri, dove si nascondevano tesori.


 
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sabato 22 ottobre 2022

Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale - Erika Fatland

Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale
Erika Fatland
trad. Eva Kampmann
Marsilio, 2019


Con il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, le cinque repubbliche dell'Asia centrale fino ad allora controllate da Mosca ottengono l'indipendenza. Nel corso di settant'anni di regime sovietico, Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, i paesi che, dalle catene montuose più alte del mondo al deserto, segnavano un tempo la rotta della Via della Seta, sono in qualche modo passati direttamente dal Medioevo al ventesimo secolo. E dopo venticinque anni di autonomia, tutte e cinque le nazioni sono ancora alla ricerca della loro identità, strette fra est e ovest e fra vecchio e nuovo, al centro dell'Asia, circondate da grandi potenze come la Russia e la Cina, o da vicini irrequieti come l'Iran e l'Afghanistan. A unirle sono i contrasti: decenni di dominio sovietico convivono con le amministrazioni locali, la ricchezza esorbitante data da gas e petrolio con la povertà più estrema, il culto della personalità con usanze arcaiche ancora vitali. E mentre le steppe si riempiono di edifici ultramoderni e ville sfarzose abitate dai nuovi despoti, continuano a sopravvivere la passione per i tappeti e i bazar, l'amore per i cavalli e i cammelli, e innumerevoli tradizioni che rendono una visita alla regione e ai suoi abitanti indimenticabile. Nel suo reportage sui paesi alla periferia dell'ex Unione Sovietica, Erika Fatland unisce un approfondito lavoro di ricerca e analisi geopolitica al gusto dell'avventura.


Citazioni:

Le stelle, che adesso brulicano nella volta celeste come tante lucciole, non mi aiutano granché. Io non sono Marco Polo, ma una viaggiatrice del ventunesimo secolo, e riesco a orientarmi soltanto con il GPS del cellulare. L’iPhone giace morto nella tasca dei miei pantaloni, non mi è di aiuto nemmeno quello. E anche se avessi la batteria carica e ci fosse campo, sarei smarrita lo stesso. Non ci sono nomi di vie nel deserto, nessun punto di riferimento con cui orientarsi sul display.

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Tuttavia, anche se differiscono tra loro sotto molti aspetti, questi cinque paesi condividono lo stesso destino e la stessa origine. Per quasi settant’anni, dal 1922 al 1991, hanno fatto parte dell’Unione Sovietica, un immenso esperimento sociale senza precedenti nella storia.

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Non fu un compito facile per i cartografi sovietici far ordine in questo patchwork centroasiatico di popolazioni, lingue e clan. Fino al 1924 i russi avevano considerato l’Asia centrale come un’unica grande regione che chiamavano Turkestan, il paese dei turchi, perché la maggioranza degli abitanti della regione era di lingua turca. Ovviamente, i russi sapevano benissimo che i popoli dell’Asia centrale appartenevano a diversi clan e a diverse culture, ma non vedevano il motivo di complicare ulteriormente la situazione. Era già complicata così. Spesso neanche i diretti interessati sapevano di quale nazionalità fossero. Al censimento del 1926 la gente dichiarò nella maggior parte dei casi la tribù e la famiglia di appartenenza, ma non sempre sapeva rispondere alla domanda se fosse uzbeka, kirghisa o tagika.

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Da viaggiatori nell'era di internet capita di rado di sentirsi mentalmente lontani da casa.
 
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Su, su, nell’altopiano del Pamir, circondato da un paesaggio quasi ultraterreno di rocce brulle e tondeggianti e di laghetti con l’acqua più azzurra che si possa immaginare, sorge il villaggio di Bulunkul. La terra ha un’infinità di sfumature metalliche; alcune montagnole sono verdi, altre più azzurrognole, in certi punti la terra è color ruggine o giallo dorata. Quarantasei famiglie, quattrocentosette anime, vivono abbarbicate a questo paesaggio lunare, alla fine della strada, senza copertura né per i cellulari né per internet, a decine di chilometri dal villaggio più vicino.

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È difficile accorgersi che ciò che ti circonda tutti i giorni è bello.
 
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Si sente la libertà? Si respira un'aria diversa? No, non è possibile sentire la libertà, c'è e basta, non si mette in mostra. Non è la libertà in sé che si nota, ma l'assenza di paura. La gente non abbassa la voce quando critica le istituzioni. Non si guarda intorno con prudenza prima di buttare là qualche commento sul governo. Qui la gente ride dei politici, li prende apertamente in giro, perfino il presidente. Hai l'impressione che nulla sia tabù.

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Ulug Bek calcolò anche la durata dell’anno con un’approssimazione altissima: nell’ultimo calcolo sbagliò solo di venticinque secondi, cosa che rende la stima di Ulug Bek più precisa di quella di Copernico, eseguita un secolo dopo.





venerdì 21 ottobre 2022

On writing. Autobiografia di un mestiere - Stephen King


On writing. Autobiografia di un mestiere
Stephen King
Giovanni Arduino
Sperling & Kupfer, 2017

Più che un manuale tecnico per aspiranti scrittori, questo libro è un'autobiografia del mestiere, in cui la storia personale e professionale di King si fondono totalmente. Il capitolo d'apertura, «Curriculum vitae» ripercorre gli anni della formazione attraverso i momenti di crescita fino al grande successo di «Carrie». «La cassetta degli attrezzi» è invece una disincantata elencazione dei ferri del mestiere. «Sullo scrivere» illustra le fasi del racconto creativo fino all'approdo editoriale; infine «Sul vivere» racconta come l'autore abbia visto la morte da vicino dopo lo spaventoso incidente in cui è stato coinvolto e come, grazie alla scrittura, sia tornato alla vita.


 
Citazioni:

Scrivere bene è spesso questione di liberarsi dalla paura e dall'ostentazione.
 
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Quando scrivi una storia, la stai raccontando a te stesso. Quando la riscrivi, il tuo compito principale è togliere tutto quello che non è la storia.

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Diffido della trama per due ragioni: perché le nostre vite ne sono in larga misura prive, anche prendendo tutte le più ragionevoli precauzioni e stilando i più accurati programmi; e perché credo che la costruzione di una trama e la spontaneità della creazione vera siano incompatibili.

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Il piacere di aver trovato le parole giuste e di averle messe ordinatamente in fila. È come decollare in aereo: sei al suolo, al suolo, al suolo... e poi sei su.




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giovedì 20 ottobre 2022

Notturno cileno - Roberto Bolaño


Notturno cileno
Roberto Bolaño
Ilide Carmignani
Adelphi, 2016
 
«Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all'improvviso le cose sono emerse». L'uomo che in una notte di agonia e delirio decide di ripercorrere la propria esistenza, per «chiarire certi punti», per smentire le «infamie» messe in giro su di lui da quel «giovane invecchiato» che da un pezzo lo perseguita coprendolo di insulti – ombra, o fantasma, o figura della sua innocenza perduta –, è stato un sacerdote, un membro dell'Opus Dei, e anche un poeta e un autorevole critico letterario. Ma è stato soprattutto uno che ha sempre badato a tenersi al riparo da ogni rischio, e per riuscirci si è piegato a molti compromessi, ha chiuso gli occhi dinanzi a molte nefandezze, si è macchiato di molte viltà. Ha accettato e svolto coscienziosamente incarichi bizzarri, come dare lezioni di marxismo a Pinochet e ai membri della sua giunta, e ha preso parte a squisite serate letterarie in una sontuosa villa, alla periferia di Santiago, nei cui sotterranei venivano torturati gli oppositori politici al regime. E adesso che le cose e i volti del suo passato gli turbinano davanti come sospinti da un soffio infernale, «si scatena la tempesta di merda». In questo, che è l'ultimo grande romanzo pubblicato in vita, Roberto BolanÞo fa i conti una volta per tutte con la storia di quel Cile che non ha mai smesso di amare e odiare con identico furore. Lo fa scegliendo, paradossalmente, il punto di vista di un personaggio equivoco e meschino, e riuscendo tuttavia a costruire, mediante la sua querula voce, un possente «romanzo-fiume di centocinquanta pagine».


Citazioni:

Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e perfino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi, perché anche i silenzi salgono al cielo e Dio li sente e solo Dio li comprende e giudica, per cui molta attenzione ai silenzi.

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La mia felicità, la gioia ritrovata, il vero senso della preghiera, le mie suppliche che si levavano oltre le nuvole, là dove esiste solo la musica, quello che chiamiamo il coro degli angeli, uno spazio non umano ma indubbiamente l’unico spazio che possiamo abitare, seppure in via ipotetica, noi esseri umani, uno spazio inabitabile ma l’unico spazio che vale la pena di abitare, uno spazio dove cesseremo di essere ma l’unico spazio dove possiamo essere quello che davvero siamo...

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... e la vita continuava e continuava e continuava, come una collana di riso dove su ogni chicco ci fosse dipinto un paesaggio, granelli minuscoli e paesaggi microscopici, e io sapevo che tutti si mettevano la collana al collo ma nessuno aveva abbastanza pazienza o forza d’animo da togliersi la collana e avvicinarla agli occhi e decifrare granello per granello ogni paesaggio...



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mercoledì 19 ottobre 2022

La masseria delle allodole - Antonia Arslan


La masseria delle allodole
Antonia Arslan
Rizzoli, 2015

Ispirato ai ricordi familiari dell'autrice, il racconto della tragedia di un popolo
mite e fantasticante, gli armeni, e la struggente nostalgia per una terra e una felicità perdute. La masseria delle allodole è la casa, sulle colline dell'Anatolia, dove nel maggio 1915, all'inizio dello sterminio degli armeni da parte dei turchi, vengono trucidati i maschi della famiglia, adulti e bambini, e da dove comincia l'odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia. In mezzo alla morte e alla disperazione, queste donne coraggiose, spinte da un inesauribile amore per la vita, riescono a tenere accesa la fiamma della speranza; e da Aleppo, tre bambine e un maschietto-vestito-da-donna salperanno per l'Italia

 
Citazioni:

Zia Henriette era una sopravvissuta al genocidio del 1915. Creatura della diaspora, non aveva più una lingua madre. Parlava molte lingue, compresa la sua, l’armeno, in modo legnoso, innaturale: come una straniera.
 
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Dopo tanti anni, è nell’odoroso interno brulicante di gente che mi sento a casa, nel caldo nido di una volta: non estranea, non ospite, ma passeggera in attesa di un treno di cui non conosco l’orario. So soltanto che da qui passerà, da questa grande stazione dove nessuno è straniero, e un grande cuore ancora batte per segnarci il cammino. Qui vorrei finire il mio tempo, appoggiata a un gradino consumato dai passi degli uomini, perché Qualcuno mi accetti, per non svanire nel nulla, e transitare verso la luce, con la mano nella mano del mio amico Antonio il portoghese, detto Antonio di Padova, il Santo col fiore di giglio in mano.

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Ma i padri non tornano. È notte fonda ormai, e nessuno pensa a dormire. Svogliatamente i bambini vengono messi a letto; ma tranne i più piccoli, si alzano subito di nuovo, silenziosi, senza piangere, per stare vicini alle madri, alle nonne, di cui percepiscono lo sgomento, la disperazione. Svelte mani femminili cuciono tasche segrete, sacchetti misteriosi, dove sprofondano le pietre luminose, gli zecchini dorati. Altre mani impastano, scelgono, radunano cibo e pane, mele rotonde e pere secche, fichi e biscotti; ma non c'è niente di allegro in questo affaccendarsi, e i bambini non si ingannano, fiutano la paura, la minaccia, la morte.
 
 
 

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martedì 18 ottobre 2022

Il farmacista del ghetto di Cracovia - Tadeusz Pankiewicz


Il farmacista del ghetto di Cracovia

Tadeusz Pankiewicz
trad. Irene Picchianti
UTET, 2016

Quando in un quartiere periferico di Cracovia viene creato d’autorità il ghetto ebraico, il 3 marzo 1941, Tadeusz Pankiewicz ne diventa suo malgrado un abitante. Pur senza essere ebreo, infatti, gestisce l’unica farmacia del quartiere: contro ogni previsione e contro ogni logica di sopravvivenza, decide di rimanere e di tenere aperta la sua bottega, resistendo ai diversi tentativi di sgombero, agli ordini perentori di chiusura e trasferimento. Rimarrà anche quando il ghetto verrà diviso in due e in gran parte sfollato, quando diventerà sempre più difficile giustificare la necessità della sua presenza. Grazie a questa sua condizione anomala, coinvolto ed estraneo allo stesso tempo, Pankiewicz diventa una figura cardine del ghetto: si fa testimone delle brutalità del nazismo, fedele cronista dei fatti e silenzioso soccorritore, cercando in tutti i modi di salvare la vita e, quando impossibile, almeno la memoria delle migliaia di ebrei del ghetto di Cracovia. Mescolando il rigore della ricostruzione e la delicatezza del ricordo, Tadeusz Pankiewicz ci restituisce la sua versione di questa grande tragedia, raccogliendo le storie di chi ha subito impotente la “soluzione finale” e le storie di chi ha invece provato a reagire: i disperati tentativi di resistenza armata, la ricerca del cianuro di potassio come extrema ratio in caso di cattura, le fughe attraverso le fogne cittadine... Il farmacista del ghetto di Cracovia racconta tutta l’assurdità di un momento storico in cui il capriccio del caso decise il destino di molti, ma anche l’incredibile resilienza degli esseri umani di fronte all’orrore. Come dice un cliente a Pankiewicz: «Dottore, mi dica: come mai ci sono così pochi pazzi in giro dopo tutto quello che la gente ha dovuto sopportare? Possono le cellule grigie del nostro cervello reggere così tanto dolore?».


Citazioni:

Sopravvivere... Era una grande parola, a quel tempo. C'era forse qualcosa di più potente delle parole "libertà", "tener duro", in quelle terribili condizioni di cattività, in un'epoca in cui la morte mieteva il suo sanguinoso raccolto? La speranza compiva miracoli, dava alla gente una forza, una resistenza veramente sovrumane, le imponeva di stringere i denti, di inghiottire molte amare umiliazioni. Non era la paura della morte a dominare, ma il desiderio di farcela.

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Chi non ha assistito personalmente a quell'incredibile spettacolo di terrore non può comprendere, non può concepire le condizioni in cui la gente viveva lì, non coglie la perfidia delle menzogne con cui venivano beffati esseri umani ormai prossimi alla morte.
 
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Questi pochi esempi provano inconfutabilmente a che cosa possa condurre un odio cieco e ben coltivato, e a quali bassezze possa arrivare la morale degli uomini.



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